lunedì 16 aprile 2018

Don Olivo: amico e prete per l'eternità!

Oggi nella chiesa parrocchiale di San Floriano di Castelfranco Veneto è stato celebrato il funerale di don Olivo Bolzon e per ricordarlo propongo il primo capitolo del libro "Il dono dell'amicizia. Vita in comune e celibato", scritto con Marisa Restello.

Marisa Restello e Olivo Bolzon


I

Il dono dell'amicizia


Il dono dell’amicizia perché come dovere vitale, non obbligante, ma attraente questo racconto-testimonianza di una luce che ha illuminato la mia vita.

È  un racconto perché narra quanto è successo nella mia vita abbastanza lunga. Ho compiuto 82 anni vissuti in luoghi, in compiti, in situazioni diverse, ma non come frammenti. La luce del sole, illumina il creato in modo costante, ma sempre nuovo, in una visione che è bello accogliere e si compone nella diversità. È un narrare nella luce, e per me è luce del vespero, luce che non è violenta e non acceca, non è luce di fuoco che finisce, ma il sereno declinare di un giorno. Arrivato alla sera è spontaneo e sereno constatare che la giornata vissuta ha avuto tanti momenti, è stata allietata da volti amici, resa attraente, serena e gioiosa per un sempre più reale farsi prossimo di tante persone amiche. Ed è gioia per me testimonianza che non si tratta di impresa, né di scelte volontaristiche e imprenditoriali, ma di doni ricevuti, così come dice il Vangelo di Giovanni: “non sono diventati figli di Dio per nascita naturale, per volontà di un uomo, è Dio che ha dato loro la nuova vita”.

Di tanti amici e amiche potrei descrivere questa realtà, è l’amicizia di Gesù Figlio di Dio, che vorrei testimoniare parlando della mia vita con Marisa, perché da Lui nasce questo dono. Se parlo di Marisa, è perché il cammino vissuto con lei, è come una primogenitura della mia vita con gli altri. Per questo non mi addentro nelle attuali problematiche ecclesiastiche, se ci debba essere nella Chiesa cattolica celibato obbligatorio o no per i preti, se le donne possono essere ammesse al presbiterato.

La mia narrazione mi è quasi imposta perché la testimonianza è il tessuto vitale nella Chiesa. Vuol essere il mio atto di riconoscenza perché nella Chiesa ho ricevuto questo dono e comunicarlo nella Chiesa lo sento come attrattiva che per tutti può essere comunione di gioia, serenità e pace!

Ero giovane seminarista: a dieci anni sono entrato nel Seminario di Treviso; fui attirato dalla personalità del mio parroco che a Sant’Andrea era il vero Capo, tutta la popolazione trovava in lui, un padre, anche un duce, in senso buono; niente si faceva nella comunità senza il suo consenso. Era attento non solo alla cosiddetta cura spirituale, ma anche a tutti gli usi e costumi. Aveva fondato anche la Cassa Rurale e Artigiana che aveva sollevato dalla fame molte famiglie. Ogni sera si concludeva la giornata con una partita a carte, cui partecipavano i maggiorenti del paese. Tra di loro era mio padre che mi portava sempre con sé. Con il parroco viveva la perpetua, donna di carità per il prossimo che sapeva far arrivare alle famiglie più bisognose frutta e verdura, che la gente portava in canonica. Questo orizzonte era l’attrattiva della mia vita e mi rallegrava il cuore pensare che avrei potuto essere un continuatore responsabile dell’umanità in questo mondo.

Se si può parlare di nascita della vocazione, questa prospettiva si impadroniva dei miei sogni e in casa mia era incoraggiata dai genitori, specialmente mio padre, molto attento al lato religioso della vita

Il vivere con tranquillità economica, con il normale andamento sulla famiglia, con una educazione religiosa e civile fatta nel quotidiano, mi ha permesso di godere di un’infanzia felice, mi ha aiutato ad avere una relazione normale con fratello e sorelle e ha messo nella mia vita radici serene con l’umanità, uomini e donne.



domenica 15 aprile 2018

Due appunti sulla crisi siriana

1. Personalmente, penso che la Francia debba scegliere se concordare le proprie azioni politiche e militari con gli Stati Uniti oppure con l'Unione europea, e qualora scegliesse di seguire la politica di Donald Trump allora il suo ruolo in Europa dovrebbe essere rivisto. 
2. Inoltre, da quello che ho saputo, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia in Siria hanno agito senza l'autorizzazione delle Nazioni unite e, allora, o "chiudiamo" quest'organizzazione internazionale dichiarandone il fallimento oppure rivediamo la sua struttura e, in particolare, eliminiamo la possibilità che ci siano cinque Stati (Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti) che abbiano il diritto di veto su ogni decisione che le Nazioni Unite vogliano adottare: finché, a mio avviso, ci sarà questo diritto di veto, le Nazioni unite non saranno mai un soggetto democratico e potranno solo tutelare gli interessi di un ristretto gruppo di nazioni a discapito della maggioranza dei Popoli.

domenica 11 marzo 2018

Parliamo di razzismo?

Quando si parla di razzismo si è portati a "vedere" l'immagine del cosiddetto "uomo bianco" che offende e sfrutta il cosiddetto "uomo nero". In realtà, ancora oggi il razzismo ha molte sfaccettature e tante persone - cinesi, africani, giapponesi, ecc - ritengono di appartenere ad una razza biologicamente superiore ad altre. Ci sono, poi, persone che considerano infedeli i credenti di religioni diverse dalle proprie. Insomma, parlare di razzismo non è facile e bisognerebbe usare con molta cautela quest'espressione.
Pochi giorni fa un uomo proveniente dall'Africa ha incontrato sulla propria strada un assassino che lo ha ucciso a colpi di pistola. Su questo crimine - che come tutti sanno è avvenuto a Firenze - i magistrati che indagano hanno escluso che l'omicida abbia un profilo razzista: le ragioni del delitto vanno piuttosto ricercate nella storia personale dell'assassino che avrebbe ucciso chiunque - e al di là del colore della pelle - avesse incontrato quel giorno.
Questo barbaro e assurdo omicidio è stato, comunque, utilizzato come pretesto per inscenare cortei anti razzisti e "accusare", in sostanza, la società italiana di non riuscire a "integrare" nel proprio tessuto persone provenienti da altre realtà. 

E' inconcepibile, a mio avviso, strumentalizzare un "fattaccio" di cronaca nera a lotta politica, soprattutto a poche settimane da un altro efferato delitto: una ragazza che viene sequestrata, probabilmente violentata, uccisa e tagliata a pezzi per poi essere abbandonata come se fosse spazzatura. In un contesto del genere, se gli assassini della ragazza dovessero essere accusati anche di razzismo, quest'ultimo reato sarebbe il più lieve.

A mio avviso, in questo particolare momento bisogna allora evitare di "vedere" il razzista dappertutto perché si corre il rischio di disgregare ancora di più la nostra comunità, e a pagare il conto più salato saranno soprattutto le future generazioni.

mercoledì 28 febbraio 2018

Villorba. Sulle ali della poesia



VILLORBA - Domenica scorsa nella Casa della Comunità di Villorba è stato presentato un volume di poesie a firma di Renata Alberti.

E' stato un incontro molto interessante: la poetessa Renata ha letto delle poesie ed è stato proiettato un interessante e breve video sulla vita di papa Giovanni Paolo I.

Qui di seguito propongo l'introduzione di Adriana Michielin all'incontro, che è stato promosso ed organizzato dalla comunità parrocchiale in collaborazione del Circolo di lettura "Matilde Serao".

Uno spazio culturale per presentare il libro di poesie di Renata Alberti dal titolo Dammi la tua mano, Signore.
Ringrazio Renata, tutti voi per essere qui ed un grazie particolare alla dott. ssa Giovanna Azzola per aver accettato di collaborare con noi.

“Questo libro nasce da un gesto d'amore ed è destinato a generare ancora amore”.

Scrive così monsignor Paolo Magnani, Vescovo emerito di Treviso, nella  prefazione, poiché questo lavoro come pure tutte le opere di Renata, fatte nel corso degli anni, ha la finalità di aiutare chi è nel bisogno.


Renata Alberti (a dx) con Adriana Michielin (foto di Nicoletta Brait)


Tutto per lei è dono e condivisione. Già dalla prima silloge di poesie, infatti il ricavato di “Le farfalle raccontano...poesie senza confini”, scritte da Renata, è stato offerto ai Missionari della parrocchia di S. Pelagio; così pure i proventi della seconda raccolta in vernacolo “A vose del cuor” sono stati dati interamente all'ADVAR.

La poetessa fa parte di più Circoli culturali, ha recitato in teatri, chiese, scuole e case di riposo. La sua voce narrante la troviamo anche in alcuni CD come in quello abbinato a questo libro e dedicato a Giovanni Paolo I, il papa del sorriso.

Da vent'anni collabora con la “Compagnia teatrale Tentativo” di Treviso in spettacoli per l' “AIL” e più volte ha partecipato al “Processo a Gesù” con la Compagnia teatrale “Eleonora Duse”.
E' intervenuta ripetutamente anche a Radio Vita nella trasmissione “L'angolo della poesia” e a Blu radio Veneto con “Storie de noaltri” ed a Radio Stella.

La sua dedizione e la passione per la scrittura l'ha portata, inoltre, a collaborare più volte con gli alunni della scuola Bindoni di Treviso per vari progetti di lavoro, dando vita a dei libri il cui ricavato è stato devoluto interamente, di volta in volta, All'Oasi pediatrica dell'ospedale di Treviso, all'Associazione “Uniti per la vita” ed alla “Casa alloggio Insieme a noi”.


Giovanna Azzola (Insegnante)


Ed è per raccogliere ancora fondi per questa “Casa alloggio insieme a noi” della Cooperativa Sociale Solidarietà di Monigo che ha fondato il TRITTICO “Poesia, Danza, Musica” Spettacolo presentato al Museo S. Caterina di Treviso.
Per la stessa finalità ha inoltre scritto “Tre donne raccontano” in collaborazione con Lucia Bucceri  ed Anna Tempesta realizzato dall' AVIS sezione di Treviso.

Una raccolta di favole scritte in stampa nera ed in braille è ancora il frutto del suo operato a favore dei bambini ipovedenti e non vedenti della nostra provincia; altre favole e poesie per bimbi sono state inventate da Renata per aiutare i malati di A.I.D.S. di Targoviste in Romania, curati dai padri Somaschi di Treviso.

Per fanciulli in età scolastica ha dato vita a “Nonno vento racconta” che ha ottenuto il 3° premio al Concorso “Scritture attraverso le scienze” una narrazione gioiosa che unisce l'afflato poetico alla precisione nell'indicare le caratteristiche dei venti. Un racconto che è stato anche tradotto in lingua francese ed ha ottenuto, inoltre, una menzione a un Concorso internazionale  di poesia di Parigi.
Il ricavato di questo elaborato è stato devoluto all'Associazione “Per mio figlio” per l'Oasi Pediatrica dell'Ospedale Ca' Foncello di Treviso.

Attualmente è impegnata in nuovi incontri nelle scuole Pascoli e G.B.Cicogna di Paderno ed ha iniziato nelle classi 2° e 4° al Colleggio S.Pio X di Treviso un percorso poetico sui nonni, come memoria da salvaguardare, in collaborazione con la poetessa Letizia Ortica.


Il pubblico presente in sala (foto di Nicoletta Brait) 


Nel paniere di Renata possiamo trovare liriche, favole e racconti tradotti in varie lingue, ed inoltre, recensioni di opere letterarie, numerosi premi, interventi a varie manifestazioni anche in qualità di giurata o di presidente di giuria e tante altre preziosità di cui è stata ideatrice e protagonista; oggi però ciò che vogliamo estrarre da questo suo scrigno ed aprirne alcune pagine è il libro intitolato, appunto, Dammi la tua mano, Signore.

Guardando la copertina già da subito, nel mio immaginario, ho pensato alle tre virtù teologali poiché il titolo di quest'opera è una preghiera, un' espressione di fede,
poi ho pensato a questi doni dello spirito per il colore verde, che è il colore della speranza, ed infine per la delicata immagine della mano che sostiene una farfalla, che da appoggio ad un essere fragile, e rappresenta quindi un gesto simbolico di carità.

Fede, speranza e carità, tre virtù insite in Renata, che hanno tracciato il cammino che lei con amore ed impegno ha percorso in questi anni; questo libro contiene il ritratto e l'essenza del suo essere, la sua nobiltà d'animo. Le sue poesie vanno oltre i confini, oltre l'orizzonte, sconfinano nell'infinito dove solo una profonda sensibilità può arrivarci; sono suoni penetranti di uno spartito scritto dal cuore. 

I suoi versi, in questo elaborato, sono impreziositi anche da alcune foto di opere d'arte di importanti artisti contemporanei, tra questi Carlo Balljana, Angelo Barillari e Bruna Brazzalotto per citarne alcuni.

Questa creazione è una silloge di poesie che si fanno preghiera, invocazione, inno alla vita od espressione di dolore per la sua negazione ed oltraggio. Esprimono meraviglia nel cogliere le bellezze del creato, si fanno messaggio d'amore e di pace per la loro profondità, memoria per quelle persone che hanno lasciato un segno nell'intimo della poetessa e nella storia dell'umanità.

Tra queste figure troviamo Giovanni Paolo II e papa Albino Luciani che tra poco vedremo e sentiremo, attraverso la proiezione di un video, qualche stralcio degli eventi del suo breve percorso papale.

sabato 24 febbraio 2018

I reati degli italiani non giustificano quelli commessi da persone straniere

Recentemente due italiani, marito e moglie, hanno ridotto in schiavitù la propria figlia di nove anni è l'hanno costretta a prostituirsi con uomini di nazionalità italiana. Si tratta di un fatto gravissimo e la Magistratura ha il dovere di intervenire, cosa che ha certamente già fatto, facendo in modo che la bambina venga accolta e tutelata in una comunità che sappia offrirle protezione ed un autentico percorso di crescita umana.

Nel rispetto del Codice penale ai due genitori dovrà essere inflitta, a mio avviso, una pena esemplare, così come dovranno essere perseguiti e condannati anche gli uomini che hanno abusato della bambina.

Questa vicenda dolorosa che ha come vittima una bambina deve farci riflettere sull'importanza del ruolo dei genitori e della famiglia come prima cellula della società italiana, e sono, a mio modesto parere, semplicemente ridicole le strumentalizzazioni che diverse persone - soprattutto attraverso i social - fanno di questa vicenda quando cercano di "giustificare" i reati commessi in Italia da cittadini stranieri in virtù del fatto che anche gli italiani commettono gli stessi reati o, addirittura, fanno di peggio.

Queste "giustificazioni", a mio avviso, sono dannose e possono rappresentare un esempio di inciviltà e di disprezzo per tutte le persone che sono state o sono vittime di criminali.

martedì 30 gennaio 2018

Il boiaro, presentato da Massimo Valli



Prefazione  
di MASSIMO VALLI (1)

Leggere questo breve romanzo è stato come immergersi in un sogno, in un tempo diverso, non solo in senso cronologico, ma anche nel senso delle regole che definiscono comunemente il tempo. Pur avendo ricevuto in anticipo brevi, ma precise indicazioni dall’Autore rispetto al fatto che non si tratta di un romanzo storico e che come tale non è mai stato concepito, una certa “deformazione professionale” mi induceva comunque all’approccio di sempre, nella lettura di romanzi riguardanti il periodo in questione, cioè alla ricerca di punti di riferimento storici, cronologici, almeno di carattere sociale, che mi dicessero qualcosa di più di quegli avvenimenti e delle loro ragioni. All’inizio è stato quasi un sentimento automatico, dovuto, per rispetto dell’Autore.  Praticamente da subito ho capito che non era l’approccio giusto. E a poco a poco ho pure compreso che la ricchezza e il valore della vicenda di Ivan, nel suo intrecciare e intercettare altre vicende e storie, stavano altrove rispetto a dove pensavo di cercarli. 



Ma procederò con più ordine.  La vicenda vuole ambientarsi nel periodo dello scoppio della rivoluzione russa dell’ottobre 1917 e riferisce la risonanza che questi avvenimenti hanno nell’animo del boiaro Ivan Vasil’evič Nikonov. Questo potrebbe essere il succo del romanzo dal punto di vista della narrazione. Ogni capitolo rappresenta un po’ un quadro a sé stante, certamente con riferimenti a quanto viene prima e quanto succederà dopo, ma si profila come storia chiusa in sé, e fatto assolutamente peculiare, addirittura caratterizzato da un colore specifico. Una storia fatta più del succedersi di sentimenti, che di avvenimenti. Il protagonista, il boiaro Ivan Vasil’evič, è un uomo appartenente a quella classe che, pur con il suo materialmente piccolo - ma sostanzialmente sconfinato - potere si ritrova più esposta in questo contesto storico al confronto diretto sul piano umano con i propri sottoposti. L’alta nobiltà non ha quasi nemmeno il tempo di misurarsi con i propri antagonisti mentre viene ideologicamente ed esecutivamente spazzata via, in modo automatico e pregiudiziale, violento e sanguinoso; affida totalmente la propria incolumità a un esercito di cui dispone direttamente per la completa tutela dei propri interessi e non scende nemmeno in campo a confrontarsi con l’avversario. Il boiaro Ivan si ritrova invece improvvisamente addosso una storia che lo sradica dalla vita che sta conducendo: a questa storia egli si ribella invocando un diritto naturale che ignobili e indegne masse umane stanno violando, e lo sconvolgimento interiore lo porta persino ad interrogarsi su un Dio che sembra stare a guardare mentre si viola una legge che Lui stesso risulta aver stabilito. In realtà i boiari, al tempo della rivoluzione russa, sono identificati come una sorta di casta intoccabile e privilegiata di burocrati, svuotata del ruolo sociale originario ormai da poco meno di cent’anni (dall’abolizione della servitù della gleba, promulgata dallo zar Alessandro II nel 1861). Ma il boiaro sognato dall’Autore, piccolo proprietario terriero ai margini della grande storia e delle corti imperiali, ha dalla sua, a differenza dell’alta nobiltà, l’opportunità di incontrare l’avversario tanto ripugnato e persino di sporcarsi le mani con lui e come lui: non per filantropia, ma per sopravvivenza; non per condividerne sorti e sentimenti, ma per guadagnarsi del pane. In modo ancor più spregevole, perché, mentre sperimenta la stessa sorte dei miseri, lo fa avendo a disposizione i simboli e gli oggetti del potere, che, pur svenduti, diventano strumento ancora una volta di posizione privilegiata, anche nell’indigenza e nel comune pericolo. 



Quest’ultima osservazione introduce di più il lettore che intende iniziare la lettura del romanzo al percorso di pensiero che l’Autore ha voluto intraprendere nella rappresentazione di questa vicenda. 
 Prima di parlarne, diventa opportuno approfondire uno degli strumenti stilistici che l’Autore sembra utilizzare per differenziare e potenziare il valore di ciascun capitolo: il colore. Come avevo anticipato, si fa riferimento a un tratto evidente dello stile narrativo e, con maggiore o minore contributo della volontà di chi scrive, il colore in ciascuna sezione del romanzo diventa come lo sfondo su cui si scrivono i sentimenti e nel quale il cuore e la mente dei personaggi si agitano, sempre con la mediazione di Ivan, del suo cuore, della sua mente. Vediamo di analizzare il quadro. 

Nel primo capitolo il colore prevalente è il "bianco", colore della neve e del gelo. In questo capitolo i sentimenti restano chiusi, quasi soffocati nel cuore di Ivan. Anche i rumori risultano attutiti dall’ovatta della neve, dalla prepotenza del gelo. Il bianco è colore del morente impero ed è facilmente ricopribile dal minimo diverso colore che lo invada. Così sono i sentimenti di Ivan, turbato da ogni rumore, da ogni sospetto, da ogni pensiero diverso da quelli che prima abitavano il suo cuore.

Il "nero" del secondo capitolo è il colore di ciò che finisce, di ciò che era una volta e che ormai con prepotente evidenza è volto al termine. È il colore degli occhi che hanno la sensazione di non vedere più un futuro sereno, è il colore di chi non riesce nemmeno più a veder Dio, la massima speranza, nel cuore e nella storia; il colore di chi incontra la morte, la prefigura in modo chiaro e distinto, come non mai; non solo la morte del corpo, ma anche, e più tragicamente, quella delle certezze, della pace, dell’anima. 

Il terzo capitolo è il trionfo del "rosso". Il rosso del sangue della macellazione, del fuoco notturno, della terra dell’aia, degli occhi sanguigni dei cavalli da corsa, dei volti affaticati, sudati e surriscaldati dalla vodka, del sole che tramonta durante le passeggiate serali di Ivan alla ricerca di refrigerio e di quiete. Il rosso è anche il colore della rivoluzione, che qui, quasi per singolare nemesi, rappresenta il mondo di chi rifiuta la rivoluzione, non le appartiene, non ne è né vuole esserne parte. Sembra un preludio a quello che sarà il punto di arrivo del percorso spirituale del protagonista. 

Il capitolo quarto si presenta, invece come una tavolozza multicolore, fin dalle prime righe. L’insieme dei colori di vestiti, sale, suppellettili, quadri, introduce a quel turbinio delle vanità, a quella vitalità spensierata che è la vita quotidiana dei nobili. Non si tratta certo del salotto dell’Anna Pavlovna di "Guerra e pace", ma i personaggi che lo popolano, inferiori per caratura, ma non per ambizione e frivolezza, lo colorano di variopinti abiti, sogni, progetti, discorsi, nel ridondante e barocco fiorire di intarsi e bomboniere. Questo traboccare invadente di colori è da Ivan rifiutato e scansato. 

Il quinto capitolo, quello della congiura, si tinge del "giallo pallido" della lampada notturna, che traballando illumina appena i volti dei convenuti, senza lasciare mai il tempo di coglierne un tratto preciso e distinto: così come il loro cuore è allo stesso tempo deciso e combattuto, forte e timoroso. 

Il "marrone" del capitolo sesto colora la terra polverosa e stopposa dei campi, i rami della quercia e dei cespugli. È il marrone dei cuori legnosi e induriti dei congiurati, che, proprio come il legno, in un istante si incendiano e inceneriscono, distruggendo se stessi al fuoco dei sentimenti improvvisi di rabbia, dolore, disperazione e panico. 

Finalmente la piccola e fuggitiva chiazza "verde" del capitolo settimo: la troviamo nei cespugli e nella rabbia senza senso di Ivan. 

L’ottavo capitolo abbandona per un istante il pregio stilistico del colore e si concentra, tramite l’orecchio di Ivan, sul suono, prima debole e indistinto, poi chiaro e identificato, della "campana" della chiesetta rurale. È come se l’occhio non bastasse o servisse più a Ivan per capire la profondità della vita e avesse bisogno di questo supporto sonoro per entrarvi. E questa campana, col suo tintinnio, risveglierà in lui qualche moto di speranza… Si può dire che il capitolo rappresenti un punto di svolta del romanzo? Il punto in cui il cuore e la mente di Ivan cambiano rotta e intraprendono il cammino della consapevolezza del proprio appartenere ad un’umanità più universale rispetto a quella percepita e millantata (più a se stessi che agli altri) fino a quel momento, intrisa di personalismo e autocompiacimento? A giudicare da quello che si comincia a intravedere da subito e da quello che accadrà nei successivi capitoli, sembrerebbe proprio di sì. Quel vecchio indesiderato compagno di viaggio non rappresenta forse il punto di partenza per la riflessione del boiaro sull’umanità che lo circonda, sulla propria umanità e su ciò che sempre più li accomuna? Dopo il primo approccio ostile, quello dell’Ivan di sempre, è proprio al vecchio che Ivan segnala il suono della svolta interiore, della crisi spirituale. Non può non avere un senso questa coincidenza. 

Nel nono capitolo ritorna il "rosso". Ora è il rosso della rivoluzione. Soprattutto, è il rosso imposto dalla rivoluzione. Il rosso delle fiamme, del sangue, dei baffi rossicci del giovane rivoluzionario, del copricapo dell’ufficiale di cavalleria Žukov (beniamino della sorella Anastasia al tempo multicolore dei salotti mondani), della divisa dell’ufficiale cosacco. Un’orgia di rosso mescola uomini, vite, ambiente, ansie, al sangue guizzante e sparso. Un quadro sintetico, ma nitido, della rivoluzione. 
 Come irridendo a tanta miseria, morte, fame e paura, ammicca nel capitolo decimo l’"oro". L’oro del candelabro, che compare durante la narrazione in tutte le posizioni e in tutti i luoghi: bagliore che lampeggia tra vesti consunte, poveri cibi, rare vettovaglie. E l’oro del denaro che tintinna in tasca ad Anastasia. Il simbolo della ricchezza irride ormai solitario alla miseria degli uomini, anche di quelli che dietro ad esso nascondevano la loro umanità fragile, ormai uscita allo scoperto e non più sorretta da quel bagliore. Gli uomini come Ivan si sono separati, affrancati, liberati da quella prigione, loro malgrado, senza preventivarlo, ma con cuore più libero. Ecco un passo ulteriore nel cammino della liberazione spirituale che viene evidenziandosi dal capitolo ottavo in poi e che lo giustifica come punto di svolta. Ecco che si va delineando il messaggio portante dell’Autore, che diverrà chiaro alle ultime righe del romanzo. 



Il "marrone" del legno pervade il capitolo XI: quello degli assi del castagno, dei ramoscelli buoni da ardere, della casa rurale di Sergej, delle scale del campanile, della strage dei monaci, della trave della campana, della stampella del giovane rivoluzionario, unica eredità della rivoluzione che ha combattuto. Quel legno rigido dell’ideologia che riveste il cuore del giovane rivoluzionario; il legno rigido del cuore della madre, chiusa in un dolore che maschera con la fierezza, pronta a coprire la follia del figlio con la pietà materna. 

Come quello di un tunnel, il "nero" ritorna nel penultimo capitolo. È il nero della morte, della morte di qualcosa che in qualche modo appartiene anche ad Ivan: la sua famiglia, la sorella, e Nina, la domestica. Il nero avvolge la fuga del bolscevico assassino e la campagna circostante, gelata, come ogni vitale legame di Ivan in questo mondo. Il capitolo si chiude con l’immagine di qualcosa che si apre: si delinea in modo quasi dantesco, l’uscita dalle tenebre di quell’inferno di odio, di vizi, di guerra, di rabbia, di follie, di frivolezze, di morte, di gelo, verso quella che sembra la strada della definitiva libertà. 

“Sembra”, perché l’Autore ripropone un’altra scena di morte, questa volta ad opera degli zaristi. In questo capitolo ogni colore scompare nel bianco dell’alba e restano in evidenza solo gli uomini. Gli uomini privati delle speranze, degli affetti - da qualunque parte siano stati colpiti -, delle certezze, del futuro. Gli uomini che si riscoprono per quello che sono: gli uni accanto agli altri, muti davanti al dolore, ma più pronti a guardare negli occhi il dolore dell’altro e a intrecciare le mani per impugnare la pala che seppellisce, nell’ultimo gesto di pietà, i loro morti. Ivan non si era fermato a seppellire la sorella, ma ora, con il padre della ragazza, seppellisce nel cuore anche la sorella e la domestica, perché l’incontro con il dolore altrui è un incontro con la verità: questa è la vera libertà. L’intimo pensiero finale di Ivan: “Dovrà pure arrivare l’alba!” è anche un’apertura alla speranza. 

Non ho volutamente toccato nessun aspetto riguardante la Russia e la sua rivoluzione dal punto di vista storico. Qui è lo spirito dell’Autore che parla, come in un’intima ispirazione, travestita da storia russa. Ma è solo una veste esteriore. Il vestito potrebbe essere qualunque, con gli stessi colori. 
 Il romanzo è una voce che parla da cuore a cuore: nell’attuale situazione di crisi un romanzo così sa, con discrezione, essere una piccola luce per il cuore di ognuno, contadino o boiaro che sia! 

L'edizione proposta da YouCanPrint si può reperire al link: Il boiaro

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(1) MASSIMO VALLI (Treviso, 1966), ha conseguito la laurea in Lingue e letterature straniere all'Università Ca' Foscari di Venezia. Sposato con un figlio, lavora come addetto commerciale ed è impegnato in diverse realtà associative. È iscritto al Circolo di lettura “Matilde Serao” di Villorba, affiliato all'Associazione culturale “Nizza italiana”. 

domenica 14 gennaio 2018

Il cerchio di ghisa, racconto breve

Il cerchio di ghisa

(tratto dal libro "Il bambino e l'avvoltoio)

Venti quintali di ghisa. Ledion osservò solo per un attimo il pesante cerchio che gli stava davanti. Da quando lavorava in fonderia, al reparto “sabbiatura e sbavatura”, conosceva bene quei cerchi e il loro peso, e sapeva che gli occorrevano quasi dieci ore per lavorarli, per finirli.
Ledion non voleva perdere altro tempo: come ogni giorno era venuto di buon'ora al lavoro, ma quel sabato mattina aveva perso già parecchio tempo per buttare via ­ insieme ad altri tre compagni che si erano resi disponibili a fare ore di lavoro straordinario ­ l'acqua che   durante   un   temporale   notturno   aveva   invaso l'officina attraverso i finestroni rotti e un portone sgangherato. Se tutta l'acqua piovana non fosse stata raccolta e gettata fuori dal capannone, si sarebbe corso il rischio che accendendo gli interruttori della corrente elettrica si verificasse un pericoloso corto circuito.
Indossati gli occhialini di protezione e dei sudici guanti,   Ledion   impugnò   la   mola   per   il   manico consumato e iniziò a lavorare il cerchio di ghisa eliminando le “materozze”.
Gli piaceva stare in fonderia e anche se parlava poco con i suoi compagni, si era adattato a questo lavoro e non aveva paura quando la lama rotante della mola faceva scintille a contatto con la ghisa. A volte pensava a suo padre che rimasto in Albania a fare il muratore per poche migliaia di lire e per interminabili giornate di lavoro.
I suoi genitori non erano stati contenti della sua decisione di venire in Italia, ma lui era convinto della sua scelta. Sì, aveva fatto bene, anche se aveva corso tanti rischi.
A distanza di un anno e cinque mesi dal suo sbarco sulle coste pugliesi, Ledion ricordava il viaggio fatto in gommone come se fosse avvenuto la sera prima. Alla partenza   dalle   coste   albanesi   c'erano   decine   di imbarcazioni e sul suo gommone avevano preso posto almeno ventiquattro persone e un uomo col mitra.
Arrivati in prossimità delle coste italiane furono intercettati da un elicottero della Guardia di Finanza
che iniziò a illuminare di volta in volta le imbarcazioni con un potente faro nel vano tentativo di far desistere i traghettatori   dal   loro   proposito   di   raggiungere   la spiaggia: il fascio luminoso si poggiava a tratti sulle imbarcazioni, incutendo il terrore tra le donne incinte e i bambini e facendo innervosire i timonieri.
I gommoni, però, erano veloci e si lasciavano dietro una scia e con essa, forse, la fame di ogni giorno e le incognite e i timori per un futuro incerto.
Con i suoi compagni di viaggio Ledion sbarcò su una spiaggia, ad attenderli un maresciallo dei carabinieri in borghese che li indirizzò subito verso una strada, a meno di cento metri dalla riva, dove c'erano tassisti che si facevano pagare centoventimila lire a testa. Una giovane donna di Tirana che non aveva i soldi per pagare il trasporto in auto si appartò dietro a dei cespugli col carabiniere, ma gli altri, tutti, pagarono e in ogni auto riuscivano ad entrarci anche cinque persone.
E fu così che ad una vicina stazione ferroviaria Ledion arrivò in taxi; salì al volo sul primo treno e dal finestrino aperto gli arrivava in faccia l'aria forte e pungente della libertà.
Nella notte buia il treno correva e Ledion si sentiva felice, libero. Ora era in quella fonderia e i problemi non gli mancavano. Lui però era testardo, si impegnava e lottava anche con i denti. Da quella stessa sera avrebbe dormito finalmente in una casa: fino a quella mattina, infatti, aveva diviso con dei connazionali un casolare abbandonato nella zona di Castagnole, poco fuori dalla città di Treviso, senza acqua e senza luce. Ma ora i soldi li aveva e aveva trovato, grazie a un prete, anche la generosità di una famiglia di Santa Maria   del   Rovere   che   gli   affittava   un   mini appartamento nei pressi della zona industriale di Quinto di Treviso.
A uno ad uno il giovane Ledion avrebbe realizzato tutti i suoi progetti: un lavoro dignitoso, una casa, una famiglia propria e le ferie da trascorrere in Albania dove il padre continuava a rompersi la schiena per una manciata di soldi.
La lama della mola girava vorticosamente, faceva scintille e Ledion percepiva il sudore sulla propria pelle e faceva progetti.
È giovane Ledion, nemmeno ventitré anni. Gli piace lavorare e cerca di stare lontano dai guai. Purtroppo certi guai vengono da soli come quando era di leva obbligatoria. Durante il suo servizio militare era stato destinato ad una piccola caserma di provincia, in cima ad una collina bruciata dal sole e circondata da macigni e rovi. Una sera una banda di uomini armati attaccò la caserma. Ledion aveva da poco terminato il suo turno di guardia e stava riposando su una branda. Erano già calate le tenebre della notte. Ci fu un primo sparo, forse quello di una sentinella, seguito da raffiche di mitra. Ledion si alzò immediatamente dalla branda e col fucile uscì fuori dalla camerata dritto nello spiazzo delle adunate. Era un inferno: raffiche di colpi e scoppi di bombe a mano. Si buttò giù con la faccia nella polvere. Era buio pesto e sentiva il sibilo dei proiettili a pochi centimetri dalla nuca. Non finivano mai di sparare. Verso le due di notte gli attaccanti andarono via portandosi le armi e le munizioni tolte ai soldati. Ledion, però, ebbe il coraggio di sollevare la testa solo verso le cinque e col suo fucile in spalla si incamminò verso il paese natio.
A casa ci arrivò a piedi dopo circa tre giorni, e quando vi entrò trovò i suoi familiari che piangevano a
lutto. Prima di lui era arrivata infatti una notizia dal comando militare di zona che lo dava per morto. Ledion abbracciò i suoi, nascose il fucile in soffitta e si presentò alle autorità militari locali. A tutti gridò che lui era ancora vivo.
Tra le mani forti e aspre la mola non gli pesava molto e intanto Ledion aveva terminato la prima fase del lavoro:   aveva   tagliato   le   quattro   materozze   che sorreggevano il cerchio. Adesso, dopo un caffè preso al distributore automatico, poteva iniziare a togliere le bave di ghisa in modo da consegnare un cerchio perfetto.
La seconda fase del lavoro era quella più lunga. Ledion  si fermò a riflettere: quel sabato avrebbe lavorato quattro ore e lunedì avrebbe ripreso alle sette del mattino, calcolando poi un'ora di spacco avrebbe consegnato il cerchio finito entro le quattordici di lunedì. Niente male, dal momento che il responsabile della produzione gli aveva fissato la consegna per le diciassette. Avrebbe terminato il lavoro tre ore prima del   previsto.   Ledion   era   contento   di   prendere   e, soprattutto, di mantenere gli impegni assunti.
Venti minuti prima che terminasse l'orario di lavoro, Ledion chiamò un algerino, Mohamed Kamel, che come lui era socio lavoratore della cooperativa. Kamel salì sul   carrello   elevatore   perché  Ledion   voleva   far cambiare posizione al cerchio e sistemarlo in modo che il lunedì successivo potesse iniziare a lavorare subito.
Spostare e capovolgere con un muletto un cerchio da venti quintali non è poi tanto difficile per Kamel che guida   i   carrelli   elevatori   da   circa   due   anni,   ma l'operazione risulta spesso difficile perché il pavimento dell'officina ha delle grosse buche in più punti che ostacolano le ruote del carrello.
Sistemato il cerchio di ghisa, Ledion attese il suo turno per fare la doccia sorseggiando un cappuccino preso al distributore. Delle tre docce esistenti nei servizi igienici del reparto solo una funzionava: le altre due erano perennemente otturate. Ledion però aveva pazienza e dopo la doccia uscì dalla fonderia. Ad attenderlo con un'auto un suo connazionale e poi via di corsa al vecchio casolare per raccogliere le poche cose possedute, e sistemarsi nell'abitazione presa in affitto.
La casa che Ledion doveva condividere con altri tre albanesi era piccola, con i servizi igienici fatiscenti e col pavimento di legno marcio: ad ogni passo si sentivano degli   scricchiolii.   Era   comunque   la   loro   casa   e bisognava festeggiare.
Quel sabato sera andarono in pizzeria, bevvero birra ed erano allegri. Dopo la birra presero anche un limoncello e il bicchierino era talmente ghiacciato che avevano difficoltà a tenerlo in mano. Il sapore del liquore però era buono e bisognava brindare alla casa.
Quando uscirono dalla pizzeria erano felici e decisero di festeggiare anche il loro amico Markels che da un mese aveva ottenuto la patente per guidare l'auto. Gli consegnarono le chiavi della macchina e vi salirono. Il motore fu acceso e le ruote slittarono quando il provetto autista accelerò in una curva. Ledion era felice di stare in quell'auto, di avere al suo fianco dei connazionali, di avere un lavoro e da quel pomeriggio anche una casa con acqua corrente e calda, con la luce e il televisore e nel frigo una buona birra.
I pensieri di Ledion corsero anche al cerchio di ghisa che lo aspettava in officina, mentre l'auto era lanciata a folle velocità su un rettilineo della strada statale che da Treviso conduce a Feltre. Poi una curva. Un platano. Lo schianto. La fine.